Stefano Cavazzutti,
nato ad Alfonsine il 9 febbraio
1845, otteneva la patente di
maestro elementare da autodidatta,
non pago di ciò si dedicava
all'arte della medicina, avendo
già imparato a conoscerne
i primi elementi dal padre medico,
senza la prescritta laurea. Stefano
Cavazzutti aveva sposato Faustina
Mambelli di Ciola da cui ebbe
due figli, Iole e Giordano Bruno,
e alla Boratella era diventato
il"medico" di quelle
miniere accativandosi la fiducia
di tutta la popolazione come
valente professionista. Fervente
mazziniano, amico ed estimatore
di A.Saffi, si adoperava affinché alla
classe operaia fosse riconosciuta
quella dignità che doveva
renderla più libera e
più consapevole dei propri
diritti.
Nelle riunioni dei circoli repubblicani, assoggetati a ben precisi personaggi,
che imperavano con il terrore su chi avesse osato disubbidire al "clan",
Stefano Cavazzutti iniziava a denunciare a viso aperto le iniquità commesse,
i soprusi che tenevano i minatori in una situazione di voluta sottomissione.
Un rapporto anonimo, che informava l'Autorità sul suo esercizio abusivo
della professione medica, lo costringeva ad abbandonare le miniere della Boratella.
Questa denuncia fu a lui benefica: in soli tre anni, aiutato dall'amico
Saffi, ottenne la laurea, con lode, in medicina all'Università di
Bologna meritando la stima e l'amicizia di valenti professori come il Murri,
il Loreta e il Demeis e di letterati come Olindo Guerrini, Corrado Ricci,
Pier Desiderio Pasolini e Sante Muratori. Fu tra i primi, a Ravenna, a
combattere nel 1886 la furia del colera o "lo zingaro maledetto",
come veniva chiamato in Romagna il mortale morbo, che nella sola città causava
ben 513 vittime. Animo libero e ribelle lascierà, nel 1887, l'Italia
per andare ad esercitare la professione medica in Argentina e Paraguay,
ritornerà, nel settembre del 1924, a Bologna per partecipare ad
un convegno medico, la morte ivi lo coglierà il 1 di ottobre.
La vita
Stefano Cavazzutti nacque il 19 febbraio del 1849 ad Alfonsine di Ravenna.
Ottenne la patente di maestro elementare da autodidatta. Non pago di ciò si
dedicò all'arte della medicina, avendo già imparato a conoscerne
i primi elementi dal padre Pietro, un "medico" di campagna (in
realtà era definito un flebotomo, cioè uno che faceva salassi
e iniezioni), senza la prescritta laurea. Stefano Cavazzutti aveva conosciuta
una ragazza di Ciola, frazione di Mercato Saraceno, nelle colline dell'appennino
forlivese: Faustina Mambelli. Si sposarono nel 1875 ed ebbero due figli,
Iole e Giordano Bruno. Trasferitisi nella vicina frazione di Linaro, Stefano
iniziò a svolgere autonomamente attività (diremmo oggi) di "medicina
del lavoro" nella frazione di Boratella. Grande spirito libero, fervente
mazziniano della prima ora, amico di Aurelio Saffi, mise subito a favore
dei tanti poveri minatori quell’arte medica, imparata da autodidatta
dal padre.
A Boratella, la frazione più importante e popolosa di Mercato Saraceno
nella seconda metà dell’ottocento, operavano circa tremila
zolfatari impiegati nelle tre miniere di zolfo: Boratella I o miniera degli
Inglesi, Boratella II dei Francesi e Boratella III di Natale Dellamore,
che erano di gran lunga le più produttive della Romagna. L’insediamento
della Boratella, con un sì elevato numero di addetti, rappresentava,
nell’Italia di allora, forse una delle poche realtà dove una
parvenza di rivoluzione industriale lentamente stava tentando di decollare.
Stato di famiglia di Stefano Cavazzuti:
clicca sull'iimagine per ingrandirla

Un grande spirito libero, fervente mazziniano della prima ora, amico
di Aurelio Saffi
Alla Boratella Stefano Cavazzutti si era proposto come il "medico" di
quelle miniere, accattivandosi la fiducia di tutta la popolazione come
valente professionista. Politicamente si adoperava affinché alla
classe operaia fosse riconosciuta quella dignità che doveva renderla
più libera e più consapevole dei propri diritti. Partecipava
alle riunioni dei circoli mazziniani della zona cercando di portare l’attenzione
degli associati sui tanti problemi presenti alla Boratella, anche per tentarne
una soluzione.
Ma in quelle riunioni dei circoli repubblicani, assoggettati a ben precisi
personaggi, che imperavano con il terrore su chi avesse osato disubbidire
al "clan", Stefano Cavazzutti si espose con una denuncia a viso
aperto le iniquità commesse, i soprusi che tenevano i minatori in
una situazione di voluta sottomissione.
Il 3 ottobre 1877 inviò al Sottoprefetto di Cesena una denuncia
dettagliata, puntigliosa sullo stato dei “bettolini” (sorta
di botteghe-osterie ubicate presso le miniere) condotti, per la maggior
parte, da elementi vicino alla setta o associazione repubblicana.
“ Il sottoscritto nella sua qualità di sanitario di queste
miniere ha più volte avuto occasione di osservare che i viveri somministrati
nei bettolini sono, parte per la loro natura e per la mala confezione a
cui vanno soggetti, parte per la decomposizione che in processo di tempo
a causa alla immondizia a cui sono tenuti, decisamente nocivi alla salute
ed in conseguenza defraudatori di quella forza muscolare che essi minatori
dovrebbero mantenere e aumentare. Lasciando da parte i schifosi manicaretti,
le strane cibarie e tutto il pandemonio degli stufati e delle bevande sui
generis, confezionati dai bettolinieri diremo che il pane, il vino e la
carne sono quasi sempre alimenti scadenti che nutrono poco o nulla e qualche
volta sono veleni.”.
La lettera continuava con una disamina delle malattie che tali cibarie
procuravano alla salute dei minatori, già provati da un lavoro durissimo
e pericoloso. Il coraggioso Cavazzutti prendeva cappello contro questo
stato di cose “...non vi è commissione che freni l’eccessiva
brama di arricchire di alcuni manipolatori del commercio delle miniere”
A seguito di questo esposto il Sindaco del comune di Mercato Saraceno,
su esplicita richiesta del Prefetto di Forlì, istituiva una commissione
che avrebbe vigilato sulla conduzione di questi bettolini. Decine e decine
di verbali sono depositati nell’archivio del piccolo Comune a conferma
che da quell'ottobre qualcosa si tentò di fare. Una denuncia così esplicita
all’autorità governativa, che fu la causa della suo allontanamento
dalla zona delle miniere romagnole.
La presa di posizione di Cavazzutti non piacque alla consorteria repubblicana,
che aveva grossi interessi nella gestione dei bettolini.
Il giornale cesenate il “Rubicone - Satana”, divulgatore di
idee vicine alla sinistra, uscì con una lettera - articolo che tentò di
sminuire quanto affermato dall’alfonsinese:
“… è stata trovata qualche pezzatura di pane che
risultava un po’ al disotto del peso previsto, qualche pezzo di
formaggio non era proprio di qualità … insomma questo dottor
Cavazzutti è troppo pignolo..”.
Una lettera anonima, spedita a chi di dovere, portò alla luce che
Stefano Cavazzutti non era medico ed esercitava senza averne titolo: un
esercizio abusivo della professione medica. Ciò lo costrinse ad
abbandonare le miniere della Boratella e sembrò che tutto crollasse
attorno a chi aveva risolto brillantemente tante difficili situazioni.
La molla che cambiò la vita di Stefano Cavazzutti.
In realtà questo capovolgimento improvviso fu la molla che cambiò la
vita di Stefano Cavazzutti. Questa denuncia fu a lui benefica perché a
trentatré anni, con l’aiuto ed il conforto di Aurelio Saffi,
si iscrisse alla prestigiosa facoltà di medicina di Bologna. Ebbe
l’ammissione al quarto anno per le sue doti professionali, rese note
alla commissione di facoltà, direttamente dal Ministro della Pubblica
Istruzione, Francesco De Sanctis. In soli tre anni portò a termine
gli studi, laureandosi medico, il 26 giugno 1882, con la ottima votazione
di 32 su 36 e con una tesi su “Due casi di clinica medica, due casi
di clinica chirurgica ed una necroscopia”, meritando la stima e l’amicizia
di valenti professori come il Murri, il Loreta, il De Meis e quella fraterna
di Bartolo Nigrisoli, quel Bartolo Nigrisoli (1858 – 1948), medico
chirurgo, dal 10 luglio 1922 ordinario di Clinica Chirurgica, Semeiotica
e Medicina operatoria a Bologna sino al 1931, quando venne espulso per
non aver giurato fedeltà al regime fascista. Ebbe anche la stima
fraternae di letterati come Olindo Guerrini, Corrado Ricci, Pier Desiderio
Pasolini e Sante Muratori.
Nel 1886 troviamo il Dott. Cavazzutti a Ravenna a combattere la furia
del colera o "lo zingaro maledetto", come veniva chiamato in
Romagna il mortale morbo, che nella sola città causò 513
vittime.
Animo libero e ribelle lascerà, nel 1887, l'Italia per andare
ad esercitare la professione medica in Argentina.
Certamente nel vedere l’angoscia di chi era costretto a lasciare
la propria Patria, i propri cari con la prospettiva di un incerto futuro,
abbandonati spesso in mano a persone senza scrupoli, fu spinto a prendere
la decisione di diventare lui stesso emigrante e mettere a disposizione
le sue capacità mediche a favore di questa povera umanità.
Si stabilì nel 1888 prima a Santa Fè poi nella colonia agricola
di San Justo ed infine a La Plata (Argentina), dove vi era un importante
insediamento di nostri connazionali. Qui era sorta, il 28 luglio 1886,
la “Società Ospedale Italiano”, onde raccogliere fondi
per un ospedale a disposizione dei tanti italiani. Il dr. Cavazzutti entrò subito
nella commissione direttiva portando le sue esperienze ed il suo aiuto
professionale. Quando, il 2 febbraio 1903, venne inaugurato finalmente
l’Ospedale italiano “Umberto I”, il dott. Stefano Cavazzutti
ne divenne il primo direttore sanitario. Stralciamo alcuni passaggi dal
suo discorso pronunciato, in quell’occasione:
“ Ideato nel 1886, posta la prima pietra il 6 marzo 1887, iniziati
anni dopo i lavori di costruzione, su terreno generosamente donato dall’eccellentissimo
Governo della Provincia, non ancora finito, subì le disastrose conseguenze
della crisi finanziaria che prostrò la Repubblica Argentina.
I nostri concittadini non si persero d’animo per questo, uniti in società di
beneficenza, aiutati dalle dame protettrici dell’ospedale Italiano,
economizzato il capitale esistente, lo aumentarono a poco a poco, con le
piccole somme raccolte mensilmente, con il prodotto delle sottoscrizioni
straordinarie e con le feste di beneficenza organizzate in favore della buona
e generosa istituzione.
Con l’insistenza proveniente dalla certezza del bene, stimolati dai
sentimenti del dovere, sperimentando anche amare delusioni, affrontando le
burle degli scettici, sempre pronti a turbare l’opera degli uomini
di buona volontà, i nostri concittadini continuarono imperterriti,
costanti, fiduciosi. Oggi noi ci troviamo qui riuniti per coronare e festeggiare
la loro opera. Dal nostro petto sorge spontaneo, vivo, affettuoso un applauso
a tutti quanti cooperano, italiani e argentini, alla buona riuscita di essa.
Mi par di veder sorgere, gigante, là fra la terra ed il cielo, coronata
dai raggi del sole, la eccelsa figura della nostra Italia che applaude insieme
a noi.”
Il dott. Stefano Cavazzutti mantenne costantemente i rapporti con i suoi
illustri amici medici dell’Università di Bologna per essere
sempre aggiornato sulle nuove metodologie e sui progressi che in campo
sanitario si registravano presso l’ateneo felsineo. Ritornava per
congressi medici a Bologna, ospite dell’amico Bartolo Nigrisoli.
Spirito inquieto, pronto a recepire ogni stimolo derivante dai molteplici
interessi che lo animavano, fu fra i fondatori dell’Università Popolare
per diffondere, appunto, tutti i rami del sapere umano. Accompagnò il
grande naturalista e paleontologo argentino, Florentino Ameghino, ed il
botanico italiano Carlo Spegazzini nelle spedizioni lungo il Rio Quequén
nella provincia di Buenos Aires, poi fu in Brasile e successivamente in
Paraguay nella provincia, allora selvaggia, di Misiones, dove ebbe modo
di osservare gli effetti delle terribili malattie che falcidiavano tanti
lavoratori italiani nel tentativo di bonificare quelle terre inospitali.
Dal 1909 cominciò a donare alla città di Ravenna diverso
materiale etnografico proveniente dalle Americhe, tanto da costituire il
Museo etnografico di Ravenna, che dal 1910 porta il suo nome.
Pubblicò nel 1921 scritti, articoli e saggi su Dante Alighieri
in occasione delle celebrazioni ravennati per i seicento anni dalla morte
del sommo poeta.
Amico del letterato Olindo Guerrini, ne prese le difese, nel 1923, con
un articolo dal titolo “A proposito dei giudizi di Benedetto Croce
su Olindo Guerrini e Francesco Domenico Guerrazzi”.
Durante il viaggio per partecipare ad un convegno medico a Bologna, alla
veneranda età di settantanove anni, si ammalò. Ricoverato
nella clinica di Bartolo Nigrisoli, morì il 1° ottobre 1924.
La sua salma fu sepolta in un primo tempo alla Certosa di Bologna e successivamente
traslata in Argentina.
(Questa scheda è stata realizzata col contributo determinante
di Pier Paolo Magalotti, ricercatore storico romagnolo. Diverse precisazioni
qui contenute derivano da scritti su giornali argentini e da una breve
biografia, redatta dai due nipoti del Cavazzutti, residenti a La Plata
: il medico Mario Bruno Cavazzutti e la professoressa di chimica Nelia
Hebe Cavazzutti, che fra chiesero al Magalotti un interessamento al fine
di reperire un documento da cui si possa attestare la cittadinanza italiana
del loro nonno dr. Stefano Cavazzutti)